La dolente umanità di un rivoluzionario

“O noi abbiamo la capacità di battere con argomenti le opinioni contrarie o dobbiamo lasciare che si esprimano… Non è possibile distruggere le opinioni con la forza perché questo blocca ogni libero sviluppo dell'intelligenza.”
Ernesto “Che” Guevara, in un'intervista in cui ribatteva le accuse di “trotzkismo” mosse dall'URSS

Che

Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Peter Buchman

Parte prima: L'argentino
tratto da: Diario della Rivoluzione Cubana di Ernesto Che Guevara
Con: Benicio Del Toro, Demian Bichir, Santiago Cabrera, Emilia Minguez, Catalina Sandino Moreno, Rodrigo Santoro, Jorge Perugorria, Edgar Ramirez, Victor Rasuk, Armando Riesco

Parte seconda: Guerriglia
tratto da: Diario in Bolivia di Ernesto Che Guevara
Con: Benicio Del Toro, Carlos Bardem, Demian Bichir, Joaquim De Almeida, Eduard Fernandez, Julia Ormond, Franka Potente, Jordi Mollà, Matt Damon, Lou Diamond Philipps
Distribuzione: BIM

Che cosa hanno in comune Gandhi e Martin Luther King, Giovanni XXIII e John Kennedy, Albert Einstein e Charlie Chaplin con Ernesto Che Guevara? Tutti, di certo, lottarono per gli ideali di pace e libertà, giustizia e uguaglianza, per il miglioramento delle condizioni materiali e intellettuali del genere umano, ma ognuno secondo il proprio sentire, la propria prospettiva ideologica e culturale, o secondo le possibilità e i limiti imposti dal proprio ruolo. Tuttavia, tutti i personaggi nominati hanno condiviso la medesima sorte: quella di essere entrati nel mito, e di costituire, nell'epoca dei mass-media, le icone più illustri e popolari del Novecento.

Alcuni li abbiamo conosciuti solo attraverso le loro opere, o per mezzo delle testimonianze di seconda mano, ma altri erano ancora in vita quando abbiamo imparato ad apprezzarli, e hanno contribuito ad arricchire il nostro percorso di formazione e la nostra Weltaunshaung. Il Che, tra i protagonisti del nostro tempo, è sicuramente il personaggio più amato e controverso poiché compì azioni straordinarie e gravi errori politici, finendo per perdersi nelle sue tragiche illusioni: un eroe archetipo, romantico e generoso, che lasciò il posto di ministro e capo di un'insurrezione vittoriosa per “esportare la rivoluzione”, prima in Africa (Congo), e poi in Bolivia, dove andò incontro a un'orribile, quanto prematura, fine.

Ecco perché, a più di quarant'anni dalla morte, il Che incarna ancora i sogni e le amarezze di milioni di giovani (e non solo) di ogni parte del mondo. Ed ecco perché l'imminente uscita in Italia della pellicola diretta da Steven Soderbergh, dopo tanti mesi di preparazione e di attesa, provoca una certa inquietudine. Inoltre, la somiglianza eccezionale di Benicio Del Toro con il guerrigliero sudamericano, unitamente alla sua accurata interpretazione, premiata all'ultimo Festival di Cannes con la Palma d'Oro di Miglior Attore, conferisce un valore aggiunto a un'opera che si preannuncia antiretorica e antiepica.

Per via della materia, trattata scrupolosamente, come una sorta di “cronaca dai luoghi del conflitto”; per il volume della ricerca, che ha richiesto più di sette anni; per il massiccio impegno economico e per la durata complessiva dello spettacolo (quattro ore e mezza); per l'affresco rigoroso della realtà latinoamericana, che induce a interrogarsi sulla situazione politica attuale dei paesi del Centro e Sud America, e dei loro rapporti con gli USA, specialmente all'indomani dell'avvento di Barack Obama alla Casa Bianca. Una notazione importante ai fini della realizzazione, inoltre, riguarda la tecnica di ripresa, interamente digitale, grazie a un'innovativa cinepresa chiamata RED, che garantisce rapidità, maneggevolezza (solo 4,5 kg di peso), e soprattutto, una qualità visiva impressionante, perlomeno pari a quella della tradizionale 35 mm.

In Italia, Che verrà presentato nelle sale in due distinti episodi, com'era stato pensato originariamente, e come verrà distribuito in tutto il mondo, intitolati rispettivamente: L'argentino, che narra dell'arrivo di Che Guevara a Cuba, e della successiva conquista dell'isola, e Guerriglia, incentrato sulla disgraziata missione in Bolivia. Dunque, va dato atto alla BIM, distributore italiano della pellicola, di essersi assicurata la diffusione di quest'opera assai significativa, a cinque anni dall'ottimo successo - sempre targato BIM - di un altro magnifico biopic sul Che: I diari della motocicletta (2004), che precede di pochi anni le vicende narrate nel film in esame.

Ne L'argentino, Fidel Castro (Demian Bichir) salpa da Cuba - è il 26 novembre 1956 - con 80 ribelli, di cui un italiano (Gino Donè Paro, deceduto in Italia nel 2008) e un medico argentino che si batte per la liberazione dell'America Latina e dell'isola caraibica: Ernesto Guevara De la Serna detto “Che”. Già allo sbarco il gruppo viene decimato dai militari del dittatore Fulgencio Batista, ma i sopravvissuti riescono a darsi “alla macchia”, e a organizzarsi nelle attività di guerriglia contro il regime.

Il Che è un combattente dal coraggio ineguagliabile: la leggendaria affermazione nella battaglia di Santa Clara risulta decisiva per gli esiti della rivolta, particolarmente sul piano morale e propagandistico. Le imboscate e gli scontri delle settimane successive, diretti da Castro, porteranno alla definitiva sconfitta di Batista e all'entrata della colonna del “Comandante” all'Avana: Guevara è ormai il beniamino dei guerriglieri, suoi compagni, e del popolo cubano. Dopo l'insediamento del nuovo governo, sposerà, in seconde nozze, la rivoluzionaria Aleida March (Catalina Sandino Moreno).

Questo primo capitolo, è da considerarsi alla stregua di un war movie, caratterizzato com'è dalle alterne iniziative militari e dalle fasi risolutive della guerriglia, del Che, di Fidel e Raúl Castro (Rodrigo Santoro), che porteranno al trionfo della lotta armata. L'azione viene intercalata dalle suggestive immagini in bianco e nero - ricostruite - di Che Guevara a New York (dicembre 1964), quando concesse alcune interviste alla rete televisiva CBS, incontrò diverse personalità ed esponenti di gruppi politici, e soprattutto, tenne un memorabile discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “Le rivoluzioni non si esportano. Le rivoluzioni nascono in seno ai popoli. […] Dobbiamo ripetere qui una verità che abbiamo sempre detto davanti a tutto il mondo: fucilazioni; sì, abbiamo fucilato; fuciliamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario.

La seconda parte, Guerriglia, contiene maggiori elementi di suspense. Che Guevara affida a Fidel la lettera di dimissioni da tutti gli incarichi all'interno del governo cubano, e sparisce senza lasciare tracce. Lo ritroviamo in Africa e, successivamente, in Bolivia. Nel suo libro Sulla guerriglia il Che sosteneva il modello rivoluzionario cubano, iniziato da un piccola fazione di guerriglieri, senza la necessità di ricorrere a grandi organizzazioni che sostenessero la sollevazione. Tale strategia venne chiamata “dottrina del focolaio”.

Dunque, ritroviamo il Comandante in Bolivia; egli agisce in completa clandestinità per organizzare e addestrare il gruppo dei fedelissimi compagni cubani e le reclute boliviane destinate a fomentare la popolazione civile - contadini, operai e minatori - al fine di provocare la grande sollevazione dell'America Latina. Ma le sue valutazioni si rivelarono errate. La CIA era al corrente della sua presenza nel paese andino e organizzò accuratamente la controguerriglia: reparti speciali americani parteciparono attivamente ai combattimenti. Mancarono, inoltre, le comunicazioni con Cuba, e l'assistenza del locale Partito Comunista, arroccato su posizioni filosovietiche. Pressoché privo di una significativa adesione popolare, stremato dall'asma e dall'isolamento, Che Guevara fu ferito e catturato nei pressi de La Higuera, l'8 ottobre 1967. Il giorno dopo veniva barbaramente assassinato. Nella piccola scuola del paese.

Il Che di Soderbergh si chiude sulla soggettiva del Comandante che “inchioda” con lo sguardo il volto preoccupato del suo carnefice. Un virtuosismo di camera che costringe gli spettatori a identificarsi, e a fare i conti con il tramonto di un'Utopia che non si è potuta realizzare una seconda volta. Con il Che muoiono gli ideali e le illusioni di più di una generazione. E seppur egli sia, comunque, sopravvissuto nel cuore e nella mente di milioni di persone, il capitalismo imperante lo ha svuotato dell'elemento deflagrante, trasformandolo in un feticcio, in una silhouette da applicare sui gadget, in un simbolo romantico, in un sognatore, e come tutti i sognatori, uno sconfitto.

Il regista di Atlanta, indimenticato trionfatore a Cannes nel 1989 con Sesso, bugie e videotape, che negli ultimi tempi si barcamena felicemente tra divertenti “rimpatriate” con gli amici del suo clan (Ocean 11, 12 e 13) - comprendente, tra gli altri, George Clooney, Brad Pitt, Matt Damon… - e produzioni a basso costo e di alta qualità (Bubble, Intrigo a Berlino…), stavolta realizza un kolossal spettacolare, e dai toni malinconici al tempo stesso, una saga di grande valore didascalico, che evita di porsi troppe domande sull'essenza del rapporto tra Che e Fidel Castro, e di conseguenza, sull'odierno totalitarismo cubano; né trasforma l'avventura dell'eroe sudamericano in un pamphlet ideologico sul ruolo dell'Unione Sovietica e degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda.

Ne scaturisce, così, un'opera che offre una fondamentale occasione di conoscenza ai giovani e agli studenti, per aiutarli a inquadrare la vicenda personale di Che Guevara nel contesto della Storia degli anni Sessanta, e sullo sfondo della natura imponente del Sudamerica. Il personaggio è dipinto come un idealista, forse politicamente ingenuo, ma alimentato da un'incrollabile onestà e fede sociale; un uomo affabile e simpatico, mai presuntuoso; solitario, ma sempre pronto a prodigarsi per le altrui sofferenze; un eroe dalla smisurata forza fisica e psicologica; un condottiero entusiasta e generoso descritto nella gioia e nel dolore, nel martirio, quasi cercato, e nella propria, immensa, umanità.

CLAUDIO LUGI


Il mito del guerrigliero. Immagini e filmati del “Che”

“Lasciami dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore.”
Ernesto “Che” Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia, 1959-1967

Poco importa che la società capitalistica abbia ridotto il volto del Che a una specie di marchio pubblicitario; quel che conta è che esso continui a rappresentare un simbolo di speranza di un mondo migliore. È curioso, tuttavia, che nel mondo della comunicazione, dominato dalle immagini, la celeberrima fotografia intitolata Guerrillero Heroico, che ritrae il Comandante, sia una delle più stampate del XX secolo. Riviste e libri, cartoline e manifesti, magliette e bandiere, distintivi e spillette, e altri innumerevoli gadget, riportano la conosciutissima effigie dell'eroe di Santa Clara, con barba e basco nero.
Anche la “storia” di quello scatto fortunato merita attenzione. Esso fu infatti realizzato da Alberto Korda (1928-2001), un fotografo cubano di moda, poi passato al giornale “Revolution”, all'Avana il 5 marzo 1960, durante il funerale per le vittime (136 persone) dell'esplosione della nave “Coubre”, presumibilmente fatta saltare in aria da agenti della CIA. In quel rullino c'erano anche i fotogrammi di Fidel Castro, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Nel negativo originale, il Che era in compagnia del giornalista Jorge Ricardo Masetti Blanco (il “Comandante Segundo”), poi imprigionato durante la dittatura di Jorge Videla, e scomparso in Argentina insieme a migliaia di desaparecidos.
La foto acquistò notorietà mondiale quando l'editore Giangiacomo Feltrinelli, che se ne era fatte regalare due copie da Korda, la pubblicò come un poster nel 1967, e sulla copertina del libro Diario in Bolivia nel 1968. Anche sulla banconota cubana da tre pesos venne raffigurata tale immagine. Per quella fotografia Alberto Korda non ricevette mai alcun compenso, anzi, egli ne permise a tutti l'utilizzo per la diffusione dell'ideale comunista. Naturalmente, il nobile fine non venne sempre rispettato, ma crediamo che Korda, deceduto nel 2001, non ne abbia sofferto più di tanto.
Se è vero che possediamo tantissime immagini di Ernesto Che Guevara prima, durante e dopo la Rivoluzione, altrettanto non possiamo dire dei filmati, di finzione o documentari che siano. Quelli degni di menzione sono pochissimi, e talvolta qualitativamente mediocri. La rassegna indica primieramente Che! (1969) di Richard Fleischer, con Omar Sharif nei panni dell'eroe argentino, e Jack Palance come Castro, una ricostruzione assolutamente inadeguata sia dal punto di vista storico che cinematografico.
Per incontrare lavori degni di nota dobbiamo, addirittura, attendere il cambio di secolo con il documentario Sacrificio. Chi ha tradito Che Guevara? (2001) di Erik Gandini e Tarik Saleh, che ricostruisce le ultime ore di vita del Che, raccogliendo le testimonianze di coloro che erano presenti, e di quelli che ebbero un ruolo importante nella vicenda. Gli autori di quest'avvincente film-inchiesta hanno intervistato alcuni storici, e hanno portato alla luce svariati interrogativi e contraddizioni, corredando il tutto con filmati originali, alcuni dei quali inediti. Tra le fonti utilizzate dai due registi spicca il nome di Jon Lee Anderson, autore di Che: una vita rivoluzionaria, la biografia di riferimento sul Comandante, consultata anche dai realizzatori del Che di Soderbergh. Anderson fu pure l'artefice del ritrovamento dei poveri resti del Che in Bolivia, che furono riportati a Cuba, dove vennero tumulati in un mausoleo costruito appositamente nella città di Santa Clara.
Anche Le ultime ore del Che (2005), prodotto dall'Istituto Luce e diretto da Romano Scavolini, tenta di ricostruire la verità su quei drammatici momenti, ricomponendo l'intera vicenda sulla base di testimonianze fondamentali, e realizzando, così, un documento teso ed emozionante. A seguire, la pellicola a basso costo, e interamente girata in spagnolo, Che Guevara (2005) di Josh Evans, con Eduardo Noriega, Sonia Braga ed Enrico Lo Verso, che merita una citazione per la presenza di un attore italiano nei panni di Fidel Castro.

A I diari della motocicletta (2004) di Walter Salles, con Gael García Bernal, riserviamo la palma dell'opera più bella mai realizzata sulla vita di Ernesto Guevara De La Serna, il quale, studente in medicina, non ancora battezzato come il “Che”, intraprende un viaggio avventuroso attraverso l'America Latina, in compagnia dell'inseparabile Alberto Granado, prima sulla “Poderosa”, cioè una motocicletta Norton del 1939, e in seguito, a piedi, o con qualunque altro mezzo disponibile.

Il film, un road-movie appassionato e commovente, è la fedele trasposizione di Latinoamericana, un diario di viaggio che riporta le avventure (alcune “picaresche”) narrate nel libro, e la formazione politica e intellettuale del giovane Guevara, influenzata, certo, dall'osservazione delle miserevoli condizioni di vita delle popolazioni sudamericane, e dall'ammirazione della maestosità delle costruzioni dei nativi americani presso i resti archeologici andini, primo fra tutti il sito di Machu Picchu.

La presa di coscienza dell'appartenenza alla nazione latinoamericana procede di pari passo con la maturazione interiore dei due amici, e con l'elaborazione di un'analisi socio-economica delle cause dell'oppressione dei contadini e dei lavoratori in tutto il subcontinente. Da tale esperienza, l'esigenza, sempre più urgente per il giovane pre-rivoluzionario, di un mondo più libero ed equo da realizzarsi mediante l'intervento di “uomini nuovi”…

CLAUDIO LUGI



Il mito Guevara continua intanto ad eccitare la moda: la bizzarra Vivianne Westwood ha stampato il celebre volto nei suoi ultimi abiti da sera, mentre i ragazzi lo trovano addirittura sulle nuove magliette di costoso cachemere, il meno campesino dei materiali.

Canzoni su Che Guevara
Hasta Siempre (conosciuta anche come Hasta siempre comandante): composta nel 1965 da Carlos Puebla
La Zamba del Che: scritta nel novembre 1967 da Rubén Ortiz Fernández ed entrata successivamente a fare parte del repertorio di Víctor Jara
Anch'io ti ricorderò: pubblicata nell'album Endrigo di Sergio Endrigo (1968)
Cancion para el Hombre Nuevo: pubblicata nell'album Canciones para el Hombre Nuevo di Daniel Viglietti (1968)
Song for Che: pubblicata nell'album Liberation Music Orchestra di Charlie Haden (1969)
El Aparecido: scritta da Victor Jara, pubblicata nell'album La nueva canción chilena degli
Inti-Illimani (1974)
Si el poeta eres tu: pubblicata nell'album Querido Pablo di Pablo Milanés (1981)
1° aprile 1965: pubblicata nell'album Pane e rose da Angelo Branduardi (1988)
Che Guevara: Titolo di un album dei The Clash (1992)
Il comandante Che: pubblicata nell'album Ufficialmente dispersi di Loredana Berté (1993)
Cohiba: pubblicata nell'album Il dado di Daniele Silvestri (1996)
Transamerika: pubblicata nell'album Terra e libertà dei Modena City Ramblers (1997).
Celia De La Serna: pubblicata nell'album Il bandolero stanco di Roberto Vecchioni (1997)
Jamas: pubblicata nell'album La prova di Raf (1998)
Fuori campo: pubblicata nell'album omonimo dei Modena City Ramblers (1999)
Stagioni: pubblicata nell'album omonimo di Francesco Guccini (2000)
Poema al Che: pubblicata nell'album Ernesto Che Guevara (raccolta di canzoni su Che Guevara) di Juan Carlos "Flaco" Biondini (2001)
Canzone per Che: pubblicata nell'album Ernesto Che Guevara (raccolta di canzoni su Che Guevara) degli Skiantos (2001)
Nada Mas: pubblicata nell'album La paloma enamorada di Atahualpa Yupanqui (2002)
Canzone per il Che: pubblicata nell'album Ritratti di Francesco Guccini (2004) (testo di Manuel Vázquez Montalbán e Francesco Guccini - musica di Juan Carlos Biondini)
Tre passi avanti pubblicata nell'album Tre passi avanti dei Bandabardò (2004) (testi e musica dei Bandabardò)
Isola grande: pubblicata nell'album Passi d'autore di Pino Daniele (2004)
Adelante: pubblicata nell'album La danza dei sogni dei Trenincorsa (2007)
La Rivoluzione in testa: pubblicata nell'album La Ballata di Gino dei Khorakhanè (2007)
Murguita del sur dei Bersuit Vergarabat
Dal Che, molti vestiti da guerriglieri, con giubbotto verde e cappellino, altri, più timidi, con T-shirt con il volto inconfondibile del Che.
privi di un distributore americano a causa del soggetto ancora pericoloso
, con un venerato regista come Steven Soderbergh, e un attore di solito scelto per ruoli di criminale come Benicio Del Toro, la gigantesca cinebiografia del Che, riesce a impolverarne per sempre il mito, di sicuro senza volerlo; trasformando il venerato Comandante dei barbudos cubani dopo l' ingresso da vincitore all' Havana nel 1959, in un arruffapopolo visionario sfuggito come la peste dai campesinos boliviani per la cui libertà lui lotta, meno guerriero e più benefattore, pronto (è medico) a curare i denti dei vecchi indigenti e gli occhi dei bimbi affamati; sempre a predicare di giustizia e progresso, insegnando a sparare, leggere e scrivere ai suoi seguaci miserevoli, sgridando chi vede un macchinone e pensa di usarlo per celebrare la vittoria, fucilando chi si comporta senza stile (furti, stupri), inneggiando alla gloria della povertà, promettendo scuole ed ospedali; scegliendo di vagare sino alla morte con i suoi disgraziati ribelli in foreste umide, disabitate, mai sazio di scomodità e pericoli.
Che che a quello delle magliette; un idealista eccessivo che ha in mente solo la rivoluzione anche quando è finita, e anziché finalmente godersi il potere e gli agi che gli spettano e di cui oggi tutti sono ghiotti, si traveste da funzionario uruguaiano, si rade la testa e tenta di esportare rovinosamente la rivoluzione in Congo e in Bolivia dove nessuno, neppure i comunisti, la vogliono.
a New York nel 1964 (dove i cubani in esilio gli gridano assassino) e il suo magistrale discorso all' Onu contro l' embargo americano e le basi militari Usa nell' isola (le ha ancora, vedi Guantanamo).
C'è nella prima parte del film un Fidel Castro (Démian Bichir) antipatico e con la voce chioccia, apparentemente invidioso della popolarità del Che; oggi Castro, a 81 anni, malato, si è apparentemente allontanato dal potere. È stato Benicio del Toro, nato nello stesso anno dell' assassinio del Comandante, a volere fortemente il film di cui è protagonista e produttore: completo di sigaro, asma, berretto, invidiabili pantaloni militari con mille tasche e ottima lingua spagnola.

Il "Che" del film presentato a Cannes vuole sgombrare il campo da tante vuote mitologie e ridare verità. Seria e per nulla epica epopea sugli ultimi turbolenti 12 anni di vita e di attività politica di Che Guevara che il prossimo 14 giugno avrebbe compiuto ottant'anni. Nell'immaginario collettivo però è, e sarà sempre, il giovane uomo della fotografia di Alberto Korda fatta all'Avana il 5 marzo 1960 in cui il suo bel viso sapeva esprimere coraggio, forza morale ed energia positiva. Gli eroi sono tutti giovani e belli, diceva Guccini, e mai espressione fu più rispondente all'icona in cui il Che è stato trasformato da più di una generazione. I tanti governi di sinistra che si stanno affermando in America Latina siano una specie di tributo alla figura di suo padre.
Con una sapiente mescolanza di stile documentario e finzione, immagini in bianco e nero, un impeccabile montaggio e la musica di Alberto Iglesias che accompagna la narrazione.
L'impostazione al film data da Steven Soderbergh, così come la lettura del personaggio principale, assomigliano più a quella di un cronista piuttosto che a quella di uno storico politico.
Che: "Bisogna saper essere duri senza perdere la tenerezza".
Un film «sperimentale» (e adulto: né apologetico, né derisorio né parziale, né opportunista) su Guevara (un eccellente Benicio del Toro) diretto dallo spregiudicato statunitense Steven Soderbergh (in attesa di distribuzione, è un caso?). In questa seconda parte è stupefacente il distacco brechtiano, la curiosità intellettuale e il formalismo (cioè la capacità di essere sempre innovativi, nonostante l'alto quoziente di difficoltà di una quasi continua «caccia all'uomo» tra i boschi) dell'approccio di Soderbergh e del suo sceneggiatore Peter Buchman (che deve aver avuto tra le mani anche un copione sul «Che» di Terence Malick). Certo il gesticolare un po' nevrotico un po' irritante di Demian Bichir che interpreta Castro, per quanto filologicamente matematico, nuoce al clima di questo «romanzo d'avventure» e, siccome Il film non è secondo a Indiana Jones per suspense, e, in più, ci offre una rigorosa radiografia degli sforzi fisici e psichici cui questo gruppo di trentenni indomabili si sottopose per inventare, a partire da se stessi, «l'uomo nuovo rivoluzionario», sempre capace di rispondere in modo differente, nella sostanze e nello stile, ai problemi militari, economici, sociali e umani drammaticamente imposti dall'imperialismo. Come il trattamento dei prigionieri e dei rivoluzionari, lasciati in ogni momento liberi di proseguire o meno la lotta; la legittima o meno della pena di morte, non come astrazione, ma come sua fenomenologia concreta; il comportamento dei guerriglieri «nel territorio»...
Per Che, il doppio film (parte prima, parte seconda) sulla vita e la morte di Ernesto Guevara, atteso per settembre, il regista Steven Soderbergh ha fatto qualcosa di molto raro: un rivoluzionario serio, un medico responsabile, un'intelligenza cosmopolita. Bisogna ricordare, per trovare un personaggio analogo, il protagonista Giulio Brogi di San Michele aveva un gallo di Paolo e Vittorio Taviani: il rivoluzionario che dopo aver salvato se stesso durante lunghi anni di carcere, una volta libero capisce che la sua rivoluzione non esiste più, è cambiata, e si uccide affogandosi. Oppure la tragica figura di Mauricio Do Valle, sterminatore di cangaceiros nel Nord Est del Brasile, protagonista di Antonio das mortes del grande Glauber Rocha. [+]
Steven Soderbergh ha fatto qualcosa di molto raro: un rivoluzionario serio, un medico responsabile, un'intelligenza cosmopolita. Non s'è mai visto al cinema un rivoluzionario amato come Che Guevara, bello, romantico, coraggioso, divenuto l'immagine esemplare nel mondo del rivoluzionario. Su di lui esistono sinora due film noti, entrambi finanziati con fondi americani: I diari della motocicletta di Walter Salles, cronaca di un viaggio in moto dello studente universitario Guevara, insieme con l'amico scrittore Alberto Granado, attraverso l'America Latina, viaggio di conoscenza e anche di formazione; ed Evita di Alan Parker, musicale, dove il Che è un allegro giovanotto argentino impersonato da Antonio Banderas, mentre Madonna è la miracolosa Eva Perón. Che di Soderbergh, opera lunga e complessa vuol essere nello stesso tempo una biografia esatta e un'analisi psicologica.